Sergio Pent

<< Il sorriso di Urbano Calcaterra si spinge fiducioso oltre l’o¬biettivo verso cui sta guardando. Attorno ai quarant’anni si può ancora essere fiduciosi nei confronti della vita. Urbano Calcaterra non guarda l’obiettivo, guarda oltre. La camicia che indossa ha il colletto con le punte lunghe, come si usava in quel periodo. A circa quarant’anni esibisce ancora una folta chioma appena brizzolata, nella quale sembra di intravede¬re il vento di una giornata estiva al mare. Perché è il mare quell’ombra grigioazzurra, sfocata, alle sue spalle. Forse è il mare della Calabria, della Puglia, del Molise… No, non c’è il mare in Molise, è una regione minuscola racchiusa tra altre regioni più grandi: a sud la Campania, a ovest il Lazio… Ma forse un lembo di Molise è affacciato sul mare… Vuoto di me¬moria, dovrò verificare. Calabria, Sicilia, Puglia…È tutta Ter¬ronia, sosteneva papà negli anni delle grandi migrazioni. La paura dell’invasore sconosciuto. Il timore di perdere le pro¬prie radici in una babele di linguaggi oscuri, impenetrabili. Il miglior amico di mio padre era Vito Curallo, da Pachino, a Sud che più a Sud quasi non si può, profonda Sicilia. Vito Curallo e i suoi pomodorini. “Da dove arrivano questi aborti di pomodori” si chiedeva papà Piovecon diffidenza, abituato ai ma¬stodontici cuori di bue delle nostre parti. Roba da terroni. Poi li cercava al mercato a prezzi da gioielleria, quando ancora non erano di moda e solo qualche intraprendente commer¬ciante di piazza li faceva arrivare dal Sud. >>
 

SERGIO PENT, Piove anche a Roma, Alibert

 


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