Bruno Gambarotta<< Lo chef, in grembiule e tocco bianchi, non aspettava altro; avanza tenendo per i manici una pentola di terracotta da cui emerge il manico di un mestolo e la posa su un sottopentola per salvaguardare la candida superficie del tavolo. L’espressione perplessa sul viso dell’operatore ai fornelli manda ai commensali un chiaro messaggio: “Per quanto mi riguarda io mi sono limitato a eseguire un ordine, non ho sposato la cucina delle mummie”.
Carlo Martirolo invece si stropiccia le mani contento: «Godiamoci questa prelibatezza che ha viaggiato tremila anni per arrivare fino a noi».
Lo chef Vincenzo Piossasco da Airasca prima versa mestolate calde nei piatti dei commensali e poi spiega, estraendo dalla tasca del grembiule un cartoncino con gli appunti: «Ho eseguito a puntino le ricette del professor Barbarasa. Iniziamo con la zuppa di melokhiya».
Paolo Maria postilla: «E’ un vegetale estivo molto diffuso in Egitto. Si usano solo le foglie. Da noi si trovano soltanto seccate e in barattoli sigillati».
Vincenzo prosegue: «All’inizio si prepara un brodo di carne, che può essere di vitello, di anitra o di montone».
Alla parola «montone» la signora Martirolo fa una faccia disgustata e Vincenzo si affretta a tranquillizzarla: «Ho usato carne di vitello, con le relative ossa, più cipolla e sale. Dopo una cottura lenta e lunga – due ore abbondanti – ho estratto la carne separandola dalle ossa. Filtrato il brodo, ho aggiunto le foglie secche di melokhiya, sbriciolate ben bene, mentre continuava a bollire. A parte ho fatto friggere nel burro un bel po’ di spicchi d’aglio pestati e del coriandolo e poi li ho versati nel brodo insieme alla carne tagliata a pezzettini. Un’ultima bollitura ed ecco pronta la vostra zuppa».
Rossella allontana da sé la ciotola con un gesto che non ammette repliche: «Ho un’intolleranza all’aglio».
Carlo Martirolo e i coniugi Barbarasa, in silenzio, vanno all’assalto della zuppa, decisi a trovarla buona a ogni costo.
Il direttore per l’Italia della catena Gargantua procede cauto come se camminasse sulle uova, infila in bocca una cucchiaiata della zuppa tenendo la faccia china sul piatto. La manda giù, sospira e, un Le ricette di Nefertiticucchiaio dopo l’altro, porta a termine l’ingrato compito.
Angelica rompe il silenzio, con una nota di allegria forzata: «Non è emozionante? Stiamo mangiando come gli antichi egizi».
I tre entusiasti estimatori della zuppa spiano le reazioni di Alfonso Maillard de Tournon che, svuotata infine la sua ciotola, è costretto ad alzare gli occhi: «Per essere buona è buona, non c’è che dire. Anche se tutto quel tempo necessario per la cottura la rende poco…come dire…poco…»
«Pratica?» suggerisce Angelica.
«Ecco, sì, pensiamo alla donna moderna, sempre di corsa, che ha poco tempo per stare ai fornelli.»
«Con la pentola a pressione», suggerisce lo chef, «i tempi si accorcerebbero.»
Tutti guardarono speranzosi Paolo Maria: «Certo, parlare di pentola a pressione, nel contesto di una riproposizione della cucina dell’antico Egitto, mi sembra un po’ azzardato…».
«Si potrebbe inserirla come suggerimento per i casi di emergenza, all’interno della confezione, stampato in corpo picolo», azzarda speranzoso Martirolo.
«Non è solo questione di tempi di cottura», riprende il rappresentante della grande distribuzione, «è anche di gusti. Questa zuppa si discosta troppo poco da quelle solite, cucinate nelle nostre campagne. Bisognerebbe differenziarla di più, in modo che valesse la pena avventurarsi in questa novità. Non si potrebbe aggiungere qualche altro ingrediente, che so, il peperoncino?»
«No, il peperoncino no!» si oppone Paolo Maria.
«Tutti sanno che il peperoncino l’ha portato Cristoforo Colombo di ritorno dalle Americhe. Ci faremmo ridere dietro.»
«Ah, sì?» ribatte Alfonso, piccato. «Io per esempio non lo sapevo.»
«Vogliamo provare un altro piatto?» propone Martirolo, per superare l’impasse. >>


BRUNO GAMBAROTTA, Le ricette di Nefertiti, Garzanti

 

 


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